Vita scritta di Mario Di Salvia

03.01.2020

Capitolo 1

Autore Vincenzo Di Salvia


Calvello, paese della Lucania a venti chilometri circa, in linea d' aria, da Potenza in direzione sud.

Sulla sommità della collina, sulla quale si estende per tre quarti il paese, vi è un castello, non un classico castello medievale, piuttosto una roccaforte, con le mura esterne dello spessore di un metro e mezzo, costruito con blocchi di pietra granitica di forma e misure simili tra loro, ma siccome scolpiti a mano, diversi l' uno dall' altro. Nel castello vivono quattro famiglie: I Tumbone, la più numerosa e anche quella discendente dai proprietari originali; I Di Salvia, marito moglie e un figlio di quattro anni; I Masia, che stavano a Potenza, possedevano un terzo del castello, ma venivano d' estate e I Siniscola, madre e figlio di diciotto anni. 

Il 29 Settembre del 51 sono nato io da Antonietta e due giorni dopo è nata Rosetta Tumbone. Non ho ricordi particolari fino a tre anni, qualche immagine, fatti raccontati da mia madre ma niente di più, tutto sommato non devo essermela passata male. Il primo ricordo nitido... dovevo avere tre anni e qualche mese, era uno dei primi giorni d' asilo, era inverno c'era neve e ghiaccio e avevo avuto l' incarico da mia mamma di accompagnare Rosetta all' asilo perché sua mamma doveva aiutare la mia che era incinta; e di stare attento a non scivolare e di tenere Rosetta per mano. 

L' asilo si trovava trecento metri distante, ma tutti in discesa e la strada fatta di sassi irregolari sia di forma che di colore e materia, con una cosa in comune : tutti lucidi e scivolosi in tempo normale, quel giorno in particolare. 

Io andavo matto per Rosetta, mi trovavo bene con lei, non so perché, ma stavo bene.

Ho preso la sua mano e da casa fino a piazza San Nicola, dove stava mia nonna Maria e nonno Pasquale, è andata bene perché tutto in piano, trenta metri intorno al castello. Poi cominciava la discesa e stringendo di più la sua mano, la guardo negli occhi per rassicurarla e...via ci siamo avviati. 

Prima rampa.

Bene appoggiato al muro con una mano, mentre l' altra tiene e fa da sostegno. Piano piano arriviamo in fondo; 15 metri. 

Anche la seconda e la terza. 

Poi inizia un pezzo più lungo, ma meno ripido e...mi devo essere rilassato, quel che è bastato per non avere più l' equilibrio sulle gambe. Lascio la mano di Rosetta che per fortuna resta in piedi mentre io mi faccio tutto il pezzo sul sedere con le mani, che per frenare, si sono tutte graffiate. Mi rialzo e... niente. 

Si! Niente di rotto, né botte, solo il sedere infiammato e le mani graffiate.

Rosetta mi guarda tornare su e si mette a ridere più per la contentezza che per scherno.

Poi va tutto bene fino all' asilo.

Sembrava che la mia piccola grande avventura fosse finita lì, ma non è stato così. Verso fine mattina, in cortile, giocando con la neve, non credo di aver fatto nulla di offensivo o sconveniente verso niente e nessuno, assorto, come ogni bimbo quando è immerso in ciò che fa, ecco che mi arriva uno sculaccione da suor Ninetta. Non credo di aver sentito male fisico, ma mi bruciava, oltre al sedere risvegliatosi dal breve intervallo, il fatto che Rosetta fosse lì vicino a guardare. Non avevo visto mai reagire qualcuno per "così poco"; Io si!

Eccome. 

Affibbiai un calcio alla caviglia della suora, e che calcio. Bisogna dire che, è vero che avevo tre anni solo, che le scarpe erano in realtà degli scarponcini da montagna, ma la rabbia con cui ho colpito, ha fatto urlare di dolore la suora che immediatamente si è dovuta sedere. Inutile dire che le scuse di mia mamma non son bastate ( mio papà lavorava in Svizzera), non ho potuto più mettere piede all' asilo, in quell' asilo. Non mi è importato molto, neanche alla mamma, che di lì a poco avrebbe partorito il mio fratellino. 

Ma quella fu la prima di una lunga serie di scontri con tutto ciò che è rappresentativo dell' istituzione: 

Stato e Chiesa.