Vita scritta 3 di Mario Di Salvia

07.01.2020

Capitolo 3

AUTORE MARIO DI SALVIA


Giugno 1956, stanza da letto del castello, per accedervi, occorre salire una scala in legno ad elle che ha il gradino più basso nel locale sottostante, un grande stanzone che fa da ingresso, cucina, sala da pranzo e...altro. 

Mio fratellino Luciano è seduto sul pavimento vicino al suo lettino, sta vagando con la fantasia in un suo viaggio, accompagnato solo da un bastoncino con cui fa dei disegni o tragitti nello spazio del pavimento compreso tra le sue gambe divaricate. 

Mia mamma è in cucina a preparare qualcosa per il pranzo o indaffarata in altro; mio fratello Pasquale (Pashcàlin) di oltre quattro anni maggiore di me non c'è, è sempre quasi assente nei miei ricordi, quando appare le storie sono sempre molto... forti, come quella volta che mi sono trovato con i suoi amici, diversi mesi prima. Non ricordo il motivo per cui mi trovavo con loro, so che si andava in campagna senza una meta precisa, ogni piccola cosa poteva scatenare un motivo di gioco. Una pianta diventava un teatro per esibire le proprie capacità fisiche nell'arrampicarsi, oppure nel dondolarsi appesi con le mani o i più coraggiosi con le gambe. I camion diventavano dei mezzi di trasporto da prendere in corsa, attaccandosi nella parte posteriore, mentre rallentavano nell'affrontare tornanti poco fuori Calvello, e da lasciare alla seconda curva in salita in prossimità del paese. Durava qualche minuto, ma quante mani e ginocchia scorticate. Quella volta l'uva aveva attirato il loro interesse. 

C'era la vigna di Don Ciccio Biase, una delle più grandi di quelle attaccate al paese. Ben curata e ben guardata. I grappoli che pendevano dai rami delle viti erano grossi e maturi, facevano venire il desiderio di prenderla e mangiarla. Ma dalla parte vicino al sentiero era impossibile entrare, oltre al filo spinato c'erano i lavoranti che facevano anche da guardiani.

Totoruzz, uno dei più grandi degli amici di Pashcàlin, sfrontato e senza timore, dice di saper come prendere l'uva senza farsi scoprire. Gli altri quattro compreso mio fratello l'hanno seguito, lo, il più piccolo, che non contavo nulla come parere mi sono accodato. Dopo aver percorso il sentiero per un centinaio di metri, con la vigna sulla destra, siamo sbucati sulla strada maestra in direzione di Potenza. Duecento metri e invece di attraversare il ponte, ci siamo diretti verso la discesa di fianco al ponte che conduce allo lomh, un piccolo torrente, il più delle volte asciutto, ma con molte pozze d'acqua stagnante, paradiso di serpi, libellule, zunzane (scarabei bronzati che amoreggiano sui fiori di sambuco), e tanti altri animali bisognosi di ombra e umidità.  Sia nonnamà che mamma mi han detto più volte di non andarci perché pericoloso. 

Loro si muovono veloci ed agili, io meno, molti cespugli di rovo mi graffiano gambe e braccia, sassi taglienti e scivolosi mi rallentano l'andatura, si lamentano per questo. Dopo non so quanto tempo e neppure quanta strada fatta di sali scendi salti e strisciate ai bordi e nel letto del fiumiciattolo, arriviamo a uno spiazzo dove in alto si vede il castello e noi siamo in fondo al calancone, circa 200/250 metri più bassi rispetto al muro di cinta al castello. 

Nel calancone andavano a finire i pochi rifiuti prodotti dagli abitanti dei paraggi. 

Intanto mio fratello mi chiama e mi fa cenno di andare verso di lui, gli altri non sono lì. Lo vedo piegarsi e strisciare tra gli arbusti intrecciati di sambuco, lo seguo, dietro c'è un muro di sassi, andiamo verso destra per una decina di metri. Vedo Michele sopra il muro e mio fratello mi dice di mettere il piede sulle sue mani intrecciate, mi alza e Michele mi prende per le mani e mi tira su, Pashcalin ci raggiunge arrampicandosi come un gatto. 

Venti passi più avanti ci sono Totoruzz, Totò e Pepp che stanno già mangiando l'uva raccolta. Arrivo vicino e Pepp mi dà un grappolo di uva nera e io la mangio; è dolce e succosa. Lui va verso una vite con quella bianca e ne raccoglie un grappolo enorme, questa è moscatella dice e me ne porge un grappolino. 

Maruzz, qual'è megl la iang o la niir ? Mi chiede Pepp. 

La bianca, quando l'assaggio, la trovo meravigliosa. Dolcissima. Non ho bisogno di rispondergli. 

Poi c'è Totoruzz che si leva la maglia, l'appoggia per terra, poi stacca un bel po' di grappoli, bianchi e neri, li mette sopra la maglia e richiude annodando le estremità in diagonale. Pepp fa altrettanto. Michele dice che se ne accorgono se ne prendiamo tanta. Mio fratello è con lui e Totò pure. Pepp e Totoruzz si portano l'uva raccolta. 

Il ritorno viene fatto a rilento, per me va bene. 

Quando siamo al ponte, io, Michele, mio fratello e Totò andiamo verso casa, Pepp e Totoruzz vanno verso rione San Rocco che si trova sulla sommità della collina di fianco a quella del castello. 

Siamo arrivati allu Cravunar, che è piazza San Nicola, ci sono Rosetta, mio fratellino Luciano che si prendono tutto il mio interesse e quello che è accaduto nel pomeriggio è già passato. 

La sera dopo mangiato, mamma ci dice di prepararci per andare a dormire. 

Tra un gioco e l'altro, io e Luciano facciamo sempre così per ritardare il momento peggiore della notte, entra Linuccia, la mamma di Totò, e dice: Dunett (mia mamma)!  Vien dai carabbnier ca sti scattamuort so iut a rubbà l'uv d Ron Cicc. C'è pur Carmel la mamm d Michel. 

Mamma ci chiede cosa abbiamo combinato e io le dico tutto quello che è accaduto. Allora dice a Pasquale di andare a letto e di portare Luciano. Poi mi prende la mano e usciamo. Per strada mi dice di non dire nulla e anche se mi chiedono qualcosa di dire che non ho visto dove hanno preso l'uva perché sono stato in disparte. 

Quando arriviamo alla caserma vedo che ci sono tutti gli amici con le loro mamme, Pepp anche il papà. Piange, il padre ogni tanto gli dà un calcio nel sedere. 

Totoruzz tiene la faccia bassa, non piange e non ha perso la sua aria di sfida. 

Michele racconta come sono andati i fatti, dice anche che lui aveva detto di non prenderla. 

Alla fine i genitori di Pepp e Totoruzz hanno dovuto pagare seimila lire ciascuno di risarcimento. Un sacco di soldi per l'epoca. 

Poi son venuto a sapere che Michele s'è offerto lui di andare a dire alla famiglia Biase chi ha rubato l'uva. Carmela, la mamma lo ha costretto, ha detto.

Ricordo che ci sono rimasto male; mi sono rimaste impresse le facce disperate delle mamme di Pepp e Totoruzz.